Portsmouth 2019

Sveglia alle 5:30.
Tutti in piedi anche se ancora un po’ addormentati, oggi si va a Londra!
Dopo esserci incontrati con le professoresse alla stazione, siamo saliti su un treno diretto a Victoria Station, la stazione londinese pronta a introdurci nella bellezza di questa città.
Dopo due ore e mezza, trascorse più o meno velocemente tra chiacchiere, risate e in molti casi dormite, siamo finalmente arrivati nella capitale di quello che per noi è il luogo di una nuova avventura. Abbiamo scelto come prima tappa Buckingham Palace, una meravigliosa tappa direi. Tutto quel verde, tutti quei colori, il cambio della guardia e tutte le persone che si accalcavano sui cancelli per vederlo meglio facevano trasparire perfettamente il motivo dello stupore dei visitatori davanti a quel luogo.
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Il percorso ci ha poi portati in altri punti fondamentali della città: Trafalgar Square, San Paul Cathedral, Westminster Abbey, Tower Bridge, la sede del parlamento e il Big Ben, che purtroppo abbiamo trovato in restaurazione.

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Tutti questi posti ci hanno lasciato un segno dentro, è impossibile che non sia così e, nonostante i venti chilometri percorsi e il dolore ai piedi, i nostri occhi sono stati riempiti da meraviglia e stupore, i nostri cuori da quello che sarà per sempre un bellissimo ricordo.

Fabrizio

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Oggi, il nostro primo weekend, siamo andati a Winchester, una città ricca di arte e cultura.

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Staccare finalmente dai ritmi serrati e un po’ schematici del lavoro ha fatto bene: questa esperienza è stata davvero terapeutica!

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Inoltre Winchester è una città stupenda; abbiamo visitato la parte rimanente del castello dove è custodita una ricostruzione della tavola rotonda.

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Dopo pranzo alcuni di noi sono entrati nella stupenda cattedrale gotica, che io ho preferito osservare solo da fuori (un po’ mi pento di non essere entrata).

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Sul tardo pomeriggio siamo poi ritornati a Portsmouth stanchi, ma contenti.

Martina

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Sono Gabriele, uno degli studenti beneficiari del progetto Oikos che ci ha portato a intraprendere un’esperienza di lavoro all’estero, precisamente a Portsmouth, in Inghilterra.

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Questo è il tredicesimo, forse quattordicesimo, giorno di esperienza e mi sento di vivere questa città e questo lavoro da una vita. Sono entrato a pieno nella routine lavorativa e ne sono talmente dentro che vivo la tensione o il nervosismo del pensare: “Ma questo l’ho fatto bene?” oppure “Andrà bene così?”
Da maniaco del perfezionismo quale sono, vorrei che una scenografia per due rappresentazioni teatrali tanto famose quanto importanti di Shakespeare (Molto rumore per nulla e Romeo e Giulietta) fosse a dir poco spettacolare… perché sì, lavoro al Groundlings Theater un teatro tanto particolare quanto antico. Il mio lavoro è molto duro, con un orario preciso da mantenere, poi le travi di legno non si spostano da sole, magari qualche misura di sicurezza in più sarebbe gradita, ma ancora una volta penso che spesso nella vita vadano stretti i denti, prese tutte le forze e si continui ad andare avanti, insomma, sono 35 giorni e non capiteranno mai più, perché mai anche se stanchi, buttarsi giù? C’è tutto agosto per riprendersi!!
Per quanto riguarda la città e la mia famiglia, sono felice di cosa sto conoscendo e chi sono le persone con cui ho contatto, per non parlare del fantastico gruppo di noi studenti azuniani, energia e spensieratezza da vendere.

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Le uscite della scorsa settimana, nel weekend, sono state molto belle, lunghe ma belle, ho avuto modo di visitare la cattedrale di Winchester, ma soprattutto di vedere la mia prima città metropolitana al di fuori dell’Italia, Londra.
Chiudo dicendo: Dio benedica la regina, ma anche noi che siamo qua!

Gabriele

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Cristoforo Colombo ha detto: “Non si va così lontano come quando non si sa dove si va”.
È questa è la frase che può sicuramente riassumere questo periodo che ho appena trascorso a Portsmouth.

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Avete presente la tipica cittadina inglese che vedete nei libri o in TV? Aggiungeteci un porto, una torre immane e qualche museo qua e là ed ecco, sì, quella è esattamente Portsmouth. In parte, tornando a Colombo, sapevo dove sarei andata, a differenza sua, perlomeno da un punto di vista geografico, ma non avevo la più pallida idea di quanto questa città, come fosse la Zattera di Pietra di Saramago, mi avrebbe portato lontano.
Tra tante case uguali in questa isoletta, sicuramente più piccola della Sardegna, c’è anche la mia: una casetta di mattoni rossi che si distingue dalle altre per i fiori e le lucine nella facciata, lucine che sono state la mia salvezza dal rischio di provare a introdurmi in un’altra casa durante la prima settimana.

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Nella mia casa, costruita su tre piani, vivo con altri tre italiani di Padova e Milano con cui ho subito fatto gruppo, e una coppia di inglesi sulla cinquantina, Debbie e Neil, veramente simpatici. Mi sto trovando bene con loro, perché si interessano a parlare con noi ragazzi di tutto quello che succede durante la giornata e perché si mostrano premurosi e gentili rispetto alle nostre richieste.
Ho realizzato di essere davvero in Inghilterra non quando la prima mattina sono andata in cucina a fare colazione con Debbie, ma neanche quando Neil mi ha insegnato il percorso del bus per il centro; la prima volta in cui ho realizzato di essermi veramente allontanata da casa è stata durante il mio primo giorno di lavoro.
Anche se vivo poco lontano dal posto di lavoro sono comunque riuscita a sbagliare strada, giusto per non avere sempre tutto sotto controllo, e una volta arrivata nel mio negozio della British Heart Foundation, un centro di beneficienza, inizialmente le cose non andavano troppo bene, per usare una litote attenuante.
Subito sono arrivati altri due ragazzi del mio gruppo, Fabrizio e Matteo, e ho potuto condividere con loro il mio imbarazzo generale per l’utilizzo della nuova lingua. Abbiamo subito iniziato a svolgere i nostri primi compiti nel negozietto, ma in assoluto silenzio.

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Ebbene sì, i nostri colleghi e i nostri tutor non badavano molto a noi che è vero, faticavamo in parte a capire, ma cercavamo in tutti i modi di attaccare disperatamente bottone, senza successo. Questa storia ha però un lieto fine: piano piano la situazione è migliorata e ora abbiamo una fantastica collega delle Mauritius, che è una volontaria della nostra età che si chiama Safah, e altri colleghi e tutor sempre disponibili a spiegare meglio o a ripetere e che ci strappano un sorriso anche con un semplice “ciao” pronunciato all’inglese.
È proprio vero che a volte bisogna solo dare tempo al tempo.
Dopo aver finito la mia giornata di lavoro ho diverse possibilità: se posso vado alla Tellus Scholl, la nostra scuola di lingua, nella quale si svolgono in giorni precisi degli incontri di conversazione con persone di ogni parte del mondo, Taiwan, Russia, Francia, Cina, e dove si può costruire un ponte di intesa con loro con il solo inglese, senza il quale diversamente non sarebbe possibile alcuno scambio di informazioni, e parlare quindi dei costumi e delle tradizioni dei propri paesi di provenienza. Per esempio io ho fatto amicizia con due ragazze spagnole veramente piacevoli e affabili e che amano l’Italia e il mio accento.

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Un’altra possibilità invece nel mio caso è quella di andare ad allenarmi in palestra o diversamente andare a casa a riposarmi.

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Dopo la cena, che è alle 18/18;30, noi ragazzi ci incontriamo vicino alla Spinnaker Tower, dove passiamo la sera a mangiare qualcosa insieme e raccontare le peripezie delle nostre nuove giornate, spesso in compagnia di altri italiani (siamo veramente tanti!) conosciuti anche il giorno stesso e che si trovano naufragati come noi in un mondo di multiculturalità e di novità e che come noi sono totalmente effusi in un’esperienza indimenticabile.

Lidia

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Portsmouth, martedì 2 luglio 2019.

A distanza di 11 giorni dalla partenza in Inghilterra sono finalmente riuscita a ritagliarmi un po’ di tempo per buttar giù qualcosa riguardo questa avventura che ho deciso di intraprendere.

Qualche mese fa ho preso parte a un progetto organizzato dalla mia scuola, che ogni anno permette a un numero ristretto di studenti di trascorrere 5 settimane all’estero ospitati da una famiglia. 

Nonostante avessi aderito a questa iniziativa con molta leggerezza e, oserei ammettere, ingenuità, il destino ha voluto che rientrassi proprio in quel gruppo circoscritto di alunni del terzo e quarto anno ai quali è stata data l’occasione di partire grazie a una borsa di studio per merito.  

Fino a qualche giorno prima della partenza non ero pienamente cosciente dell’importanza dell’esperienza che mi accingevo a compiere, piuttosto mi preoccupavo maggiormente di dover abbandonare per un mese i miei amici di sempre, con i quali è solito che trascorra l’intera estate.

Avevo deciso di partire alla volta dell’Inghilterra, pur avendo la possibilità di scegliere fra tre diverse destinazioni tra le quali anche la Francia e la Germania, ma, in mia difesa, ho sempre avuto un debole per l’accento britannico e la cultura anglosassone. 

Una delle preoccupazioni più grandi era quella di non trovarmi totalmente a mio agio all’interno del gruppo di studenti selezionati, dal momento che non ero troppo legata con nessuno, ma fortunatamente posso affermare di aver trovato delle persone splendide, più simili a me di quanto io non potessi immaginare, speciali nel loro piccolo, e tutte estremamente talentuose; solo grazie a loro sono riuscita a superare gli “attacchi” di nostalgia iniziali.

Il fatidico giorno della partenza, il 22 giugno, è stato traumatico; credo di non essere mai stata così in difficoltà nel lasciare la mia famiglia. Per non far notare le lacrime che rigavano il mio viso ho messo gli occhiali da sole, cosicché la mia espressione sofferente fosse poco visibile. Vedevo i miei genitori dal finestrino del pullman che ci avrebbe portati all’aeroporto, e chiedevo a me stessa se stessi facendo la scelta giusta. Fortunatamente i miei pensieri profondi sono stati interrotti dalle voci squillanti delle prof intente a fare l’appello per la prima volta. Le due docenti Carta e Martinasco sono state un supporto fondamentale, hanno fatto sentire noi studenti protetti e sorvegliati, ma allo stesso tempo a nostro agio, ed è un vero peccato che debbano partire tra poco, lasciando spazio a due nuove insegnanti addette agli stessi compiti. 

Tornando a noi, dopo il viaggio in aereo e le due ore di pullman dall’aeroporto di Londra al punto d’incontro della cittadina nella quale tutt’ora viviamo, Portsmouth, è avvenuto lo smistamento nelle varie famiglie: tutti gli studenti, a gruppi di due o tre, oppure da soli, sono stati assegnati a una famiglia che vive in città, la quale ha il compito di badare a noi durante tutta la permanenza, offrendoci i pasti, un alloggio pulito e un bagno dove potersi sistemare. Fortunatamente io sono capitata con altre due ragazze, Maria e Diletta, con le quali sin da subito ho avuto modo di legare. La nostra “host mum” si chiama Vanessa, è una donna tutta d’un pezzo, una vera boss; adora sistemare la sua casetta, ed esige che sia sempre tutto in ordine, e soprattutto pulito, il che giova alla nostra permanenza.

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La sua casa è molto accogliente e profumata, e in particolare la stanza destinata a me e a una delle mie compagne di viaggio è grande e ariosa, in stile vittoriano. Il marito di Vanessa, Jesse, è un uomo di poche parole, ma molto simpatico, che ama il suo lavoro, il football femminile, e la birra; il tipico britannico insomma. Hanno due figli grandi, che non abitano più qui, ma che periodicamente vengono a far visita ai genitori con i propri partner, e anche due cani, che sono davvero adorabili.

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Ritengo di essere stata molto fortunata nel sorteggio della famiglia, sicuramente più di altri studenti, e mano a mano che il tempo passa mi ci affeziono sempre di più. 

Purtroppo, come tutte le mamme che si rispettino, anche Vanessa ha il suo tallone d’Achille, che è la cucina: ogni giorno, in un arco di tempo che va dalle 16:00 alle 18:00, Ness (il suo soprannome) prepara e serve pietanze di ogni genere, da potersi definire tutto fuorché prelibate.

Si passa dalla pasta ai panini, ai piatti composti, ma niente di tutto ciò è lontanamente paragonabile al cibo italiano. A oggi non ci siamo ancora abituate a questa routine, perciò molto spesso decidiamo di cenare fuori insieme agli altri (a nostre spese ovviamente).

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Cibo a parte, la nostra permanenza si è sin da subito rivelata piacevole: i primi giorni abbiamo visitato tutti insieme la città a piedi, accompagnati dalle docenti, le quali ci illustravano la storia e la cultura del posto, per poi tornare a casa per cena e riuscire nuovamente dopo mangiato in compagnia degli altri alunni. Ognuno di noi, in base alla propria età, ha un orario di rientro a casa: io che ho 17 anni, ad esempio, ho l’obbligo di tornare alla base entro le 23:00, perciò mi sono dovuta organizzare con i vari autobus, che collegano perfettamente il mio quartiere con il centro della città dove solitamente trascorriamo le nostre serate. 

Questa cittadina è davvero carina e molto suggestiva, ci sono tantissimi posti da visitare e altrettante cose da fare durante il giorno; purtroppo tutti i negozi e i locali chiudono approssimativamente verso le 18:00, rimangono aperti solo i pub, dove i minorenni possono entrare fino alle 21:00. Fortunatamente siamo riusciti a trovare una grande sala giochi con tanto di bowling vicino alla piazza centrale, che rimane aperta fino a tardi ed è frequentata da molti ragazzi della nostra età di diverse nazionalità. Proprio qui abbiamo conosciuto altri studenti italiani, con i quali trascorriamo gran parte delle nostre serate, tra risate e qualche partita a bowling. 

Sembrerebbe che la nostra vacanza studio proceda all’insegna del divertimento e dello svago, ma vi assicuro che c’è anche dell’altro; tutti i ragazzi infatti, devono lavorare! Eh già, a ognuno di noi è stato assegnato un lavoro in base alle preferenze espresse durante il colloquio iniziale.

Alla maggior parte è toccato lavorare in uno dei tanti charity shop della città, molto simili ai nostri negozi dell’usato, ma il ricavato di questi viene dato in beneficenza a varie associazioni.

La cosa più interessante e caratteristica è il fatto che sono frequentati da un numero esorbitante di persone, di ogni età ed estrazione sociale. Io, in particolare, lavoro alla Salvation Army, un negozio che si occupa di racimolare denaro a favore dei ragazzi disadattati che non si possono permettere un’istruzione quantomeno decente. Mi piace il mio lavoro, lo trovo istruttivo e illuminante, sebbene non sia ciò che io vorrei fare in un futuro prossimo. Ho diversi compiti, tra i quali quello di stare in cassa e di servire i clienti, etichettare, piegare, stirare (ahimè ho dovuto imparare a fare anche questo), fare il cambio stagione, attaccare etichette, insomma un po’ di tutto. I miei datori di lavoro sono estremamente gentili, cordiali e soprattutto pazienti con me e le mie abilità con l’inglese, e i colleghi sono molto simpatici. Molti di loro hanno delle difficoltà motorie e/o psichiche, perciò bisogna avere un po’ di pazienza, ma devo dire che insieme ci divertiamo lo stesso. Pur non essendo il lavoro dei miei sogni, mi sta facendo crescere tantissimo sotto vari aspetti, e già solo a distanza di pochi giorni dalla partenza mi sento cambiata.

Ora sono proprio qui, in negozio, in un momento di pausa e relax dalla mia occupazione di cassiera, e cerco di ripercorrere mentalmente tutto il percorso già compiuto di questa esperienza, fantasticando invece, su quello che succederà prossimamente. 

Sento la mancanza dei miei familiari e amici più di quanto io non potessi immaginare, soprattutto durante la prima settimana, che è stata e sarà senza dubbio la più dura tra tutte, ma ora che mi sto abituando alla quotidianità inglese sono molto più tranquilla e serena. 

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Credo che questa esperienza segnerà la mia vita in modo indelebile, e già da ora, a distanza di 10 giorni dal suo inizio, mi ha insegnato tante cose che pensavo di sapere, ma che in realtà ignoravo totalmente. Ringrazio la mia scuola per la grande opportunità offerta dal progetto Oikos Erasmus+, che spero possa coinvolgere quanti più studenti possibile al suo interno. Quello che stiamo vivendo e imparando qui è impagabile, e mi auguro che anche altri dopo di noi abbiano questa grande occasione. 

Ora continuo il mio lavoro, ci risentiremo presto, ne sono sicura.

Maria

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Il 22 giugno siamo partiti per intraprendere una nuova avventura: iniziare a percorrere quella via che condurrà al mondo degli adulti, per cui tutti i giovani provano curiosità, vedendo quel desiderio di indipendenza e libertà finalmente realizzato, unito però anche al peso di altrettante responsabilità che contribuiranno a formarci come individui.

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I primi giorni, non mentirò, sono stati impegnativi: abituarsi a una realtà del tutto nuova, adeguarsi a nuovi ritmi, organizzarsi per prendere il bus in orario, lavorare per la prima volta. Ma poi le cose sono venute con naturalezza, tutti gli sforzi iniziali sono stati ripagati ed è proprio in quel momento che si inizia ad apprezzare davvero l’esperienza, a godere di ogni attimo e vedere le cose da un’altra prospettiva.

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Portsmouth è una città tranquilla a sud dell’Inghilterra confinante col mare, e forse è proprio per questo che si respira un’aria serena che permane anche negli abitanti, buoni e cortesi. I primi giorni l’abbiamo girata a fondo, con lunghe camminate esplorative anche lungomare. Non sono mancate nemmeno le gite, tra Londra, Winchester, Chichester, Brighton, visite ai musei ma anche tante uscite di gruppo la sera per conoscerci tutti meglio. Insomma, un’esperienza unica che consiglierei a chiunque.

Il viaggio migliora la mente in modo meraviglioso ed elimina i nostri pregiudizi.
(Oscar Wilde)

Carla

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Durante l’esperienza OIKOS Erasmus+ a Portsmouth, alla maggior parte di noi studenti è toccato lavorare in uno dei tanti charity shop della città, molto simili ai nostri negozi dell’usato, ma il ricavato di questi viene dato in beneficenza a varie associazioni. La cosa più interessante e caratteristica è il fatto che sono frequentati da un numero esorbitante di persone, di ogni età ed estrazione sociale. In particolare, io ho lavorato alla Salvation Army, un negozio che si occupa di racimolare denaro a favore dei ragazzi disadattati che non si possono permettere un’istruzione quantomeno decente. Ho apprezzato il mio lavoro, l’ho trovato istruttivo e illuminante, sebbene non sia ciò che io vorrei fare in un futuro prossimo. Avevo diversi compiti, tra i quali quello di stare in cassa e di servire i clienti, etichettare, piegare, stirare (ahimè ho dovuto imparare a fare anche questo), fare il cambio stagione, attaccare etichette, insomma un po’ di tutto. I miei datori di lavoro sono stati estremamente gentili, cordiali e soprattutto pazienti con me e le mie abilità con l’inglese, e i colleghi erano molto simpatici. Molti di loro avevano delle difficoltà motorie e/o psichiche, perciò bisognava avere un po’ di pazienza, ma devo dire che insieme ci siamo divertiti ugualmente. Pur non essendo il mio lavoro dei sogni, mi ha fatto crescere tantissimo sotto vari punti di vista e a oggi posso dire che mi ha cambiata.

Maria

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Martina Nuvoli

Il lavoro che ho svolto presso Boots, come si evince dalla foto, era a strettissimo contatto con gli scaffali. Trattandosi di una secolare compagnia e visto che il negozio era immenso, molte mansioni come il lavoro in cassa mi erano precluse. In sostanza la mattina aiutavo le sempre non sorridenti Debby e Sally a mettere la nuova merce negli scaffali e intanto tentavo di aiutare i clienti che mi chiedevano informazioni. Solitamente mi domandavano dove fossero le creme solari, molto utili nelle giornate perennemente nuvolose…  Di pomeriggio, dopo la pausa pranzo, mettevo gli eccessi negli scaffali del magazzino e infine si passava al tormento che ha completamente cambiato il modo di vedere i prodotti degli scaffali: l’allineamento. Per un arco di tempo non bene identificato dovevo spingere in avanti i prodotti degli scaffali per renderli “comprabili” come mi aveva detto Joanna, la mia tutor, il primo giorno di lavoro. L’aspetto più frustrante è sicuramente il fatto che il mio duro sforzo non serviva a tanto, dato che i clienti si impegnavano a riposizionare male i prodotti. Da come ho parlato sembra che io non abbia apprezzato la mia esperienza da Boots, ma non è così, perché ho anche trovato persone dello staff simpatiche e gentili, come la guardia (di cui non conosco il nome) che mi faceva sentire al sicuro venendo a lavoro una o due volte alla settimana. Tutto sommato Boots avrà sempre uno spazio nello scaffale dei miei ricordi, che terrò sempre ben allineato.

Martina

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Ho preso parte con grande entusiasmo al progetto OIKOS Erasmus+ con destinazione Portsmouth, Inghilterra, e questa è la descrizione del mio lavoro.

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Durante la permanenza in Inghilterra, ho lavorato presso il Groundlings Theatre di Portsmouth. Dal 10 luglio fino al 25 luglio erano previste delle rappresentazioni teatrali della commedia Molto rumore per nulla e della tragedia Romeo e Giulietta di William Shakespeare; dunque, fin dall’inizio, il mio lavoro è stato molto duro e pesante per aiutare a costruire “un teatro dentro il teatro” ovvero la scenografia, i posti a sedere e tutto il contorno.
È stata dura, a volte pensavo che gli inglesi fossero pazzi e che le loro idee potessero infrangere il limite del possibile, ma, nonostante tutto, siamo riusciti a portare a termine l’operato con grande orgoglio e gioia, e il risultato è stato più che gradito soprattutto dagli attori. L’ambiente era accogliente, mi sono trovato bene e sono felice di non aver fatto un lavoro che mi avrebbe impegnato in un negozio o altro, ma di aver fatto un lavoro più organizzativo ma soprattutto fisico, per la vita di un teatro. Ripeto che non è stata una passeggiata, tornando indietro starei attento a più cose e non rischierei così tanto, perché spesso le misure di sicurezza erano poche o del tutto inesistenti, ma questa difficile esperienza mi ha insegnato che non tutto è dato per scontato e non tutto è facile, in primis nella vita lavorativa. Una volta finita la scenografia il lavoro ha continuato a essere impegnativo dal punto di vista dell’organizzazione e ho sempre dato il massimo per essere riconosciuto non come uno dei tanti che ha fatto un’esperienza lavorativa, o come uno dei tanti che stava seduto a sorseggiare della Coca Cola prima che venisse il proprio datore di lavoro, ma come uno che ha sudato tanto per un fare un lavoro come si deve.
Sono grato al progetto e a chiunque mi abbia aiutato in questa esperienza.
La foto rappresenta la nostra più grande soddisfazione, con l’intero cast che è stata una parte – o forse l’unica – ad aver capito che un teatro, senza uno staff di lavoratori che ci mettono anima e corpo, non esisterebbe.

Gabriele

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Durante il mio soggiorno a Portsmouth ho lavorato nel quartiere di Cosham, nel charity shop della British Heart Foundation, dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 16:00.
I charity shop sono negozi che vendono articoli usati di tutti i tipi, che vengono donati dalle persone.
Il primo giorno Cath, la responsabile, mi ha spiegato come funziona il negozio, quali sarebbero stati i miei compiti e come il negozio era diviso in back, la parte del retro in cui gli articoli vengono preparati e shop floor, dove gli item vengono esposti e venduti.
Durante la mattinata stavo nel back, dove mettevo e compilavo con data e codice le etichette ai nuovi articoli con un’etichettatrice manuale.
I vestiti, dopo essere stati etichettati e messi nelle grucce a differenza degli altri articoli che venivano sistemati direttamente nel shop floor, venivano stirati con lo stema (che i miei colleghi inglesi odiavano per il vapore caldo che rilascia).
Dopo esser stati stirati, Cathy li prezzava e io li sistemavo nei vari reparti nel shop floor.
Dalle 12:00 alle 13:00 facevo una pausa nella quale pranzavo con gli altri.
Durante il pomeriggio stavo nel shop floor con Cath; mi occupavo della cassa e lei sistemava le porcellane mentre parlavamo.
Qualche volta durante il pomeriggio mi è capitato di cambiare i manichini o riallestire le vetrine. Stando in cassa mi è successo di rimanere senza cambio e allora andavo nella banca vicina.
Spesso durante il pomeriggio interagivo con persone molto singolari e con richieste altrettanto particolari.
Vecchiette che mi parlavano dei nipoti così tanto che camminando per le vie del centro avrei potuto riconoscerli, oppure persone che mi chiedevano se vendessi i riduttori della tavoletta del water da usare come cuscino per la madre allettata…
Durante la mia esperienza lavorativa sona stata fortunata e ho trovato persone davvero gentili e piacevoli con cui parlare mentre lavoravo.

Diletta

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